3 mesi dopo
I festeggiamenti ed il clima sereno successivo al termine del caso dei Ritardati avevano già lasciato il posto alla solita atmosfera cupa e triste.
C’erano state sentenze (come quella di 30 anni di reclusione per Shadow) e promozioni (quelle di Gai e Ciotti), c’era stato spazio per riassaporare ogni momento di quell’incredibile settimana, iniziata come sempre dal letto della sconosciuta di turno e finita stavolta, per la prima volta, in un ospedale.
Ferite da curare, cuori da assestare, vite da dover riordinare.
Ma non subito.
Il caso dei Ritardati e di Lopins non era ancora stato archiviato.
Molte pressioni si erano fatte vive negli ultimi tempi, da tutte le parti del mondo.
Chissà come la notizia, seppur insabbiata subito, aveva corso.
I Ritardati davano la loro piena disponibilità a chiunque gliela chiedesse.
Ma i tempi degli attentati erano finiti.
Un sano, lungo e doloroso cammino verso la rifondazione del genere umano, quella sì era rimasta, ma senza la lotta armata.
Per la prima volta Gai e Ciotti entrarono nell’ufficio di una sorridente ed amichevole pm Scattaro.
Era molto ben ordinato e grande più del doppio di quello di Ciotti e Gai messi insieme malgrado le rispettive promozioni.
I rappresentati del ministero della difesa erano pronti ad accoglierli e tutti stranamente negavano di aver mai conosciuto un certo Ivan Grasso.
L’incontro era stato voluto dai Ritardati, ora sotto la guida commissariata di Olga Fischer, per poter porre fine una volta per tutte a questa storia.
Nell’ufficio, oltre ai già citati membri del ministero, sedevano ad un tavolo: Olga Fischer, il pm Scattaro, il vice questore Ciotti, il commissario Gai ed un silenzioso Davide Ciambelli, vistosamente claudicante appoggiato ad un bastone. Il colpo di Ciotti gli aveva rotto un femore, e difficilmente sarebbe tornato a camminare come prima.
Uno del ministero, con occhiali da vista ed un vistoso anello all’anulare sinistro prese la parola.
“Davide, so che sei ancora particolarmente scosso per quello che ti è successo alla gamba e tutto quello che hai dovuto passare…ma sono passati diversi mesi e noi…volevamo sapere cosa avevi deciso di fare.”
“Zi…noi folere mettere a zicuro tuoi rizultati.”
“Sì, ecco, noi vogliamo proteggerti, e mettere in atto la tua scoperta per il bene della comunità. Dacci i tuoi documenti, ed insieme ad un gruppo di esperti potremo svilupparla meglio. Che ne pensi? Potresti comunque collaborare con noi mentre finisci di studiare.”
Davide aveva un espressione torva.
Allora era vero.
Aveva ragione Trentoni.
Volevano solo sfruttarlo e per farlo non avevano esitato a sparargli e renderlo zoppo!
No, non avrebbe ceduto.
“Signori, quello che ho scoperto è mio e solo mio.”
Mise una mano sotto la giacca.
Tutti pensarono in un piccolo capriccio da ragazzini.
Credevano che stesse per consegnare loro i fogli con tutti gli studi realizzati.
Credevano di star per ricevere Lopins.
Ed invece Davide estrasse una pistola.
Ciotti non potè fare a meno di riconoscerla.
Era quella sfuggita a Trentoni.
“Ed ora, se non vi dispiace, ho un appuntamento. Con qualcuno che crede davvero in me!”
Davide uscì dall’ufficio camminando all’indietro, poggiandosi precariamente sul bastone che tanto odiava portare in giro.
Con l’altra mano teneva la bocca della pistola spianata su quel gruppo di falsi salvatori del mondo. In particolare si soffermava spesso sul volto di Ciotti.
Si stava dirigendo verso il balcone.
Il rumore di pale d’elicottero era sempre più forte.
Gettò il bastone sul tavolo quasi colpendo il commissario Gai e si sostenne alla ringhiera.
Poi una figura tutta nera si calò dal cielo con una corda e lo afferrò.
La figura oscura comunicò attraverso la ricetrasmittente un qualcosa del tipo: “We got it!” e sparì nel buio insieme a Lopins.
Il silenzio ricadde sulla sala così com’era scomparso, all’improvviso.
Stavano ancora guardando di fuori con il naso all’insù, un cielo nero e freddo che non aveva niente di buono da annunciare.
“Cazzo!” fu la sola cosa che seppe dire il neo commissario Stefano Gai.
FINE